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Dal suono dei passi leggeri Ti voglio mettere in Anna, in nome di Dio, non Da quella sera cominciò una Tutto è finito - disse Sopraggiunse intanto la La primavera aveva tardato ad Perché il falegname non Su, magari, vada per Ma voi, del resto, anche Non fa nulla, padrone, si Levin montò a cavallo e andò Mentre nella migliore Stepan Arkad'ic non disse Ehi, Agaf'ja Michajlovna Ho ordinato di attaccare Negli intervalli di calma Si udì un fischio lontano e Come vuoi.Adesso stavano in Stepan Arkad'ic sorrise Come, la contata degli Non ho osato mancare a un Noi non ci faremo certo Proprio così - rispose Che il diavolo se lo Ecco, voi almeno mi fate Se allora da parte di lei No, io non so se tu sia al Il fratello maggiore Dirò naturalmente che Betsy info |
Tutto è finito - disse- Tutto è finito - disse. - Non ho nessuno all'infuori di te. Ricordalo.- Io non posso non ricordare quello che è la mia vita. Per me, un attimo di questa felicità.- Quale felicità! - disse lei con ribrezzo e orrore; e l'orrore si comunicò a lui. - Per amor di Dio, non una parola, non una parola di più.Si alzò in fretta e si scostò.- Non una parola di più - ripeté e, con un'espressione strana, a lui sconosciuta, di fredda disperazione, andò via. Sentiva di non poter dire la vergogna, la gioia e l'orrore che provava nell'entrare in quella nuova vita, e non voleva parlarne e non voleva rendere volgare, con parole inadatte, quel che sentiva. Ma anche dopo, l'indomani, e il giorno seguente, non trovò le parole adatte a dire tutto il complesso delle sue sensazioni, e così neppure le idee adatte a mettere ordine nell'animo suo."No, adesso non posso pensare - si diceva - dopo, quando sarò tranquilla". Ma questa tranquillità per riflettere non veniva mai; ogni volta che le tornava in mente quello che aveva fatto, quello che sarebbe stato di lei e quello che doveva fare, era presa dallo sgomento e allontanava questi pensieri."Dopo, dopo - diceva - quando sarò più tranquilla".Nel sonno, invece, quando non aveva il dominio dei suoi pensieri, la situazione le appariva in tutta la sua informe nudità. Un unico identico sogno la visitava quasi ogni notte. Sognava che tutti e due erano nello stesso tempo suoi mariti, che tutti e due le prodigavano le loro carezze. Aleksej Aleksandrovic piangeva, baciandole le mani, e diceva: "Come si sta bene, ora!". E Aleksej Vronskij era là, e anche lui era suo marito. Ed ella stupiva come questo le fosse apparso prima impossibile, e spiegava loro, ridendo, che era molto più semplice, e che ora entrambi erano felici e contenti. Ma questo sogno la soffocava come un incubo.XIIAncora nei primi tempi dopo il suo ritorno da Mosca, Levin, fremendo ed arrossendo ogni volta che ricordava l'offesa del rifiuto, finiva col dire a se stesso: "Arrossivo e fremevo proprio così giudicando tutto perduto, quando presi uno in fisica e dovetti ripetere l'anno; così pure mi considerai fallito quando persi la causa affidatami da mia sorella. Ebbene? ora che gli anni sono passati, ricordo e stupisco come abbia potuto addolorarmene tanto. Sarà lo stesso anche per questo dispiacere. Passerà il tempo, e diverrò indifferente anche a questo".Ma erano passati tre mesi e non diventava indifferente, e gli doleva, come nei primi giorni, questo ricordo. Non riusciva a rasserenarsene, perché, dopo aver sognato così a lungo una vita di famiglia, e sentendosi ormai maturo per essa, non s'era sposato, e s'era più che mai allontanato dal matrimonio. Sentiva, come lo sentivano tutti quelli che lo circondavano, che per un uomo della sua età rimaner celibe era un male. Ricordava che prima di partire per Mosca, aveva detto un giorno a Nikolaj il bovaro, un brav'uomo col quale amava parlare: "Ehi, Nikolaj, voglio prender moglie", e Nikolaj aveva risposto senza indugio, come di una cosa di cui non s'avesse a dubitare: "È tempo da un pezzo, Konstantin Dmitric". Ma il matrimonio s'era fatto più lontano che mai. Il posto nel suo cuore era occupato, e quando gli capitava di sostituirvi nell'immaginazione qualcuna delle ragazze di sua conoscenza, sentiva che tale sostituzione era assolutamente impossibile. Inoltre il ricordo del rifiuto e della parte che aveva recitato in quell'occasione, lo tormentava di vergogna. Per quanto si dicesse che non era per nulla colpevole, questo ricordo, al pari degli altri ricordi umilianti di tal genere, lo costringeva a rabbrividire e ad arrossire. Nel suo passato, come in quello di ogni uomo, c'erano delle cattive azioni da lui riconosciute come tali, per le quali la coscienza avrebbe dovuto rimordergli; ma il ricordo di queste cattive azioni era ben lungi dal tormentarlo allo stesso modo di questi inconsistenti, ma umilianti ricordi. Questa ferita non si rimarginava mai. E nel ricordo venivano a trovarsi adesso, sullo stesso piano, e il rifiuto e quella situazione penosa in cui era apparso agli altri in quella sera. Ma il tempo e le occupazioni facevano l'opera loro. I ricordi penosi venivano sempre più velati dagli impercettibili, ma significativi avvenimenti della vita di campagna. Di settimana in settimana ricordava sempre più di rado Kitty. Aspettava con ansia la notizia che si fosse sposata o stesse per sposarsi a giorni; sperava che una notizia simile, come l'estirpazione di un dente, finisse col guarirlo. |